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Il sogno americano. 15 anni di speranze

PRESIDENTI ROMA – All’ora delle firme, in questa parte del mondo era notte: a pensarci bene, il momento migliore per i sogni. Nessuna meraviglia, quindi, che i tifosi giallorossi giudicassero gli uffici dello studio legale Bingham Mc Cutchen di Boston come una sorta di trampolino di lancio verso un futuro di leopardiane “magnifiche sorti e progressive”. Le tenebre accoglienti a cavallo tra il 15 e il 16 aprile del 2011, infatti, avevano santificato il passaggio dell’AS Roma da Unicredit a una cordata statunitense guidata dall’imprenditore Thomas Di Benedetto, primo presidente a stelle e strisce di una trimurti completata finora da James Pallotta (agosto 2012) e Dan Friedkin (agosto 2020). Per adesso inquadriamoli in tre frasi cult: “La Roma è una principessa che diventerà regina”; «La Roma vincerà in cinque anni»; «La Roma è un gigante addormentato e noi la sveglieremo».

Eppure in quella primavera tonante non sognarono solo i tifosi. Lo fecero anche i manager del calcio italiano, che credettero di poter apprendere un nuovo modo di coniugare sport e affari, e poi sì, lo ammettiamo, lo facemmo anche noi giornalisti, che sperammo nell’inizio di una nuova comunicazione “all’americana”, in cui poter parlare di tutto con tutti, come accadeva quando eravamo inviati a lavorare Oltreoceano e ci stupivamo – (…) – di poter entrare nello spogliatoio prima e dopo le partite per incontrare gente alla LeBron James, uno che da solo possedeva mediaticità e guadagni superiori alla rosa della Roma al gran completo.

Adesso, 15 anni più tardi, possiamo dire che la delusione è stata grande ed egualmente distribuita. L’era americana fino a questo momento non è stata pari alle attese. Se l’informazione è divenuta sempre più autarchica (e quindi inutile) oppure orientata (e quindi inquinata), i bilanci hanno certificato che a farla da padrone restano sempre le perdite e, soprattutto, che la bacheca di Trigoria è stata spolverata solo per accogliere il trofeo della prima edizione di una Conference League senza squadre spagnole e con l’unica avversaria di rango e ranking – il Tottenham di Conte – squalificata per via di un focolaio di covid. Tutto qui. In questo lasso di tempo, intanto, la Juventus ha vinto 20 titoli, l’Inter e il Napoli 7, il Milan e la Lazio 4, mentre sono lievitate Atalanta e Bologna, che hanno appaiato i giallorossi.

Eppure l’impegno non è mancato, così come notti straordinariamente belle e a volte altrettanto dolorose, basti pensare a quella di Tirana contro il Feyenoord, ma anche il 3-0 della storica rimonta al Barcellona di Messi Min Champions oppure le sfortunate semifinali contro il Liverpool e la maledetta notte di Europa League a Budapest contro il Siviglia. Ma è sufficiente inveire contro la sorte e gli arbitri per assolvere gestioni munifiche – sia pure spesso in rosso – benché tecnicamente rivedibili? Negli ultimi 15 anni la Roma ha masticato 12 allenatori, tenendo conto che Ranieri è stato chiamato due volte a fare da salvatore prima di scoprirsi incompatibile con Gasperini, certificando uno psicodramma che da mesi vede la proprietà indifferente. Intanto, negli anni, si è passati da magnifici esordienti (Luis Enrique e De Rossi) a totem indiscussi (Mourinho), da geni ombrosi (Spalletti) ad antichi maestri (Zeman), da stranieri gentili (Garcia e Fonseca) a strateghi cortesi (Di Francesco e Andreazzoli), con una unica delusione inequivocabile (Juric). Ebbene, a questo florilegio di generali della panchina il club ha messo a disposizione circa 200 calciatori in 30 campagne acquisti (estate e inverno), escludendo quelli provenienti dal proprio settore giovanile.

Anche qui si è oscillato fra campioni indiscussi (…) a enormi delusioni …), da talenti sfortunati (Strootman e Zaniolo) a baby non valorizzati (…). Ecco, se pensiamo che nel periodo statunitense si è movimentato qualcosa come circa 1,3 miliardi di uscite (spesso solo virtuali, sia chiaro) e quasi 1,2 miliardi di entrate (…), si capisce che a vincere davvero sono stati i procuratori, che hanno fatto affari d’oro. Non a caso, in una intervista di alcuni anni fa, l’ex d.s. Sabatini aveva ammesso come “una metà di quelli acquistati non erano da Roma”, anche se funzionali a un progetto economico-finanziario sempre in affanno, visto che gli ingaggi dei tesserati, sempre nel quindicennio, al lordo hanno superato anche qui il miliardo. Non staremo a elencare la Spoon River di figure apicali, direttori, manager e consulenti che in questo malinconico periodo sono stati prima esaltati e poi giubilati. Diamo atto a tutti della buona fede – dai presidenti all’ultimo esperto chiamato al capezzale di un club in perenne convalescenza – ma ciò che per i tifosi risulta difficilmente perdonabile è altro. Le promesse mai realizzate, il ritornello stantio della pazienza, la sindrome d’assedio, l’addossare sempre le colpe alle gestioni precedenti, la mancanza di una linea tecnica coerente (da Luis Enrique a Mourinho, dai giovani ai senatori) e persino una supponenza di fondo, apparsa sia in dichiarazioni tracotanti che nei silenzi quasi snob. E allora come fa la gente a non chiedersi se la rivoluzione americana, in fondo, sia servita solo a puntare a uno stadio di proprietà (anzi due, ognuno dei quali descritto ovviamente come il più bello del mondo), ad accrescere l’uso dei social per cercare like o a scoprire quanto sia trendy l’Olimpico con i giochi di luce e tanta musica. Era questo ciò che speravano i tifosi in quell’aprile 2011? Era questo che avremmo dovuto imparare dagli Stati Uniti? Ricordando l’entusiasmo di quei giorni, ognuno avrà una risposta da dare. Questo l’articolo de “Il Messaggero”

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