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Roma-Milan 1-1: Il peso del “dovuto” e le colpe di chi non sa chiudere i conti

LUKA MODRIC DA IL CINQUE A MATIAS SOULE ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

ROMA-MILAN – Il pareggio di ieri sera tra Roma e Milan lascia in dote molto più di un semplice punto in classifica. Il match dell’Olimpico, terminato 1-1 con le firme di De Winter e Pellegrini, apre una riflessione profonda che va oltre il mero risultato statistico, toccando le corde della giustizia sportiva e della maturità di squadra.

Roma-Milan, la cronaca del rimpianto

La Roma di Gasperini ha dominato per lunghi tratti, sbattendo contro un Maignan in versione saracinesca. Tuttavia, l’analisi del punteggio non può ignorare l’episodio che ha infiammato la panchina giallorossa: il contatto in area su Malen non sanzionato dal direttore di gara (prima del rigore poi concesso a Pellegrini nel finale).

Qui si inserisce una distinzione necessaria e oggettiva: la giustizia di una decisione arbitrale deve essere indipendente dal punteggio. Se una squadra sta vincendo 3-0 o sta perdendo 0-1, un fallo da rigore rimane tale. Dare il “giusto” a chi se lo guadagna sul campo non è un optional basato sulla performance offensiva del singolo, ma il principio cardine della competizione. Spesso il Milan ha beneficiato di episodi favorevoli che ne hanno cementato la posizione in classifica; pretendere uniformità di trattamento non è vittimismo, è professionalità.

Roma-Milan, errori individuali e cinismo mancante

Nonostante le legittime lamentele arbitrali, la Roma deve guardarsi allo specchio. Se è vero che un rigore solare va concesso a prescindere, è altrettanto vero che i giallorossi hanno sprecato troppo.

Le occasioni sprecate: Malen e Soulé hanno avuto sui piedi i palloni per cambiare la storia del match, divorando almeno tre palle gol nitide.

La timidezza di Koné: Il francese giganteggia in mediana, ma la sua riluttanza a concludere verso la rete sta diventando un limite tattico su cui Gasperini dovrà lavorare duramente a Trigoria.

La sbavatura difensiva: Il gol di De Winter nasce da un calcio d’angolo regalato da un errore grossolano di Ndicka. Però nelle marcature del calcio d’angolo, la difesa è apparsa stranamente passiva: l’ivoriano ha sbagliato l’appoggio e la scelta dell’intervento prima, ma il supporto dei compagni in marcatura sul calcio d’angolo è stato insufficiente, lasciando il milanista libero di colpire in un’area troppo povera di maglie giallorosse.

In una serata dove i rimpianti offensivi hanno pesato come macigni, la vera nota lieta per Gasperini porta il nome di Daniele Ghilardi. Il giovane centrale, lanciato titolare per necessità, si è trasformato nel “muro” dell’Olimpico, annullando con anticipi secchi e una personalità da veterano ogni sortita dei rossoneri. Una prestazione “da Nazionale” la sua, fatta di applicazione costante e cattiveria agonistica, che lo ha consacrato come il migliore in campo assoluto: se la Roma ha potuto recriminare per non aver vinto, è merito della sua solidità se è rimasta in partita fino al rigore finale.

Roma-Milan, migliorare per non dipendere

La sintesi della serata è chiara: la Roma ieri meritava la vittoria per volume di gioco e intensità. Se la squadra imparerà a “buttarla dentro” con la cattiveria che il calcio di alto livello richiede, potrà diventare letale.

Tuttavia, finché il pallone non entra, rimane l’amarezza per ciò che è dovuto e non è stato dato. In una corsa Champions che si gioca sui dettagli, il rigore è un diritto di chi arriva nell’area avversaria e costringe il difensore all’errore. Non si può discutere sulla natura di un fallo basandosi sulla sterilità offensiva della squadra: se c’è un rigore, va fischiato. Punto.

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