ALDAIR – Emozione, ricordi e tanta Roma. Al Cinema Barberini è andata in scena l’anteprima speciale di “Aldair. Cuore giallorosso”, il documentario dedicato a una delle leggende più amate della storia romanista. Dal 21 maggio il film arriverà nelle sale, ma per una sera i tifosi hanno potuto riabbracciare “Pluto”, simbolo di una Roma che ha fatto innamorare intere generazioni.
Accolto dall’affetto del pubblico, Aldair ha parlato della sua carriera, del calcio di ieri e di oggi e soprattutto del legame eterno con i colori giallorossi.
Sulle tifoserie:
“Secondo me va bene. Penso che in passato ci fossero molti più problemi con tutti i tifosi. Parlando della Roma, oggi lo stadio è sempre pieno, ed è l’uomo in più in mezzo al campo. Il processo è quello, rimanere così, non penso ci siano cose da cambiare.”
Che emozioni hai in questo momento rispetto al film, sei ansioso di vederlo?
“Si, sono più ansioso di giocare una finale dei Mondiali. Questo è un altro mondo rispetto a quello che era abituato a fare. Sono in attesa.”
Credo sia stato bello ripercorrere la storia della tua vita. Ti sono tornati in mente anche alcuni aneddoti?
“Si, come ho detto all’inizio, fa un po’ strano rivivere e rivedere quei ragazzini con cui ero cresciuto in quelle zone(in Brasile). Ci sono anche delle cose che non ricordavo. Parlando di queste cose, si riesce a capire cosa c’è dentro.”
Un confronto sul suo calcio quando era alla Roma e quello di oggi ?
“Era un periodo molto difficile e duro. Quello che mi manca del calcio è lo spogliatoio. Penso che il calcio non può vivere senza tattica. Senza questa non si arriva da nessuna parte. E’ chiaro anche che gli allenatori devono lasciare alcuni calciatori, come attaccanti e centrocampisti, un po’ più liberi in mezzo al campo. Quando sono venuto qui in Italia, mi ha preso Bianchi, insieme al presidente Dino Viola e pensavano tutta un’altra cosa su di me, che fossi più un marcatore sull’uomo, invece mi piaceva giocare con il pallone, perché è sempre stato il modo di giocare che avevo fin da ragazzo. Magari era una cosa che qui in Italia non erano ancora pronti a fare. Negli ultimi anni il calcio è cambiato, si gioca tutti a zona. Cambiare è difficile ma secondo me bisogna pensare più a ragazzi che hanno tecnica nell’attaccare.”
Sul documentario:
“Sono stati bravi loro. Il giro al Circo massimo è stato bello e forse mi sono dimenticato della telecamera perché ovviamente lì ci sono già stato.”
Sul derby più brutto e il calciatore della Lazio più difficile da affrontare:
“Di brutti ce ne sono stati parecchi, ad esempio quei quatto di seguito che abbiamo perso, anche se ne ho giocato solo uno. Boksic era molto veloce, mi faceva lavorare parecchio.”
Quella poesia che portavi nella Roma dello scudetto con Capello, in questa Roma attuale, la senti? C’è quella mentalità vincente?
“Sono periodi molto diversi, penso che questa Roma, con questo allenatore qui è molto buona e determinata da quello che vediamo da fuori. E’ chiaro che manca qualche giocatore che lui (Gasperini) si aspettava ad inizio anno, però penso che la società può dargli fiducia anche per i prossimi anni. Con Capello abbiamo vissuto il primo anno simile, con qualche difficoltà, poi con lui e con alcuni acquisti importantissimi, come Batistuta e mi pare Montella, i due che riuscivano a far giocare bene la squadra e che ci hanno portato il campionato.”
Nel documentario Zico cita Falcao, che dice che un calciatore muore due volte e la prima è quando smette di giocare. Volevo sapere se sei d’accordo e cosa ricordi di quel giorno.
“Ha ragione Zico, perché inizi a giocare da ragazzino, poi io sono andato al Flamengo a 16 anni e ho finito a 36 alla Roma. La partita contro il Verona, se non sbaglio, che sapevo sarebbe stata l’ultima con la Roma è stato il momento più triste per me, perché non avrò mai più tutta la gente che mi viene a vedere allo stadio tutte le domeniche. Dopo, sono andato a giocare a Genoa ma non riuscivo e ho smesso.”
