DI BIAGIO – Intervistato da “La Gazzetta dello Sport”, Luigi Di Biagio, ex calciatore di Roma e Inter e ora allenatore, ha parlato in vista del martch di sabato sera. Queste le sue parole:
Di Biagio, Roma-Inter è ancora “sua”?
«Sì, sarà per sempre così. Quattro anni di qua e quattro di là, c’è la mia vita dentro perché sono le due squadre a cui rimarrò per sempre più legato. Sarà uno spettacolo, ma è presto per immaginarsi qualcosa di definitivo: questa sfida non deciderà lo scudetto. L’Inter ha l’obbligo di vincerlo per la squadra che ha e per la storia degli ultimi anni. La Roma, invece, è lì per un percorso di crescita ed è una piacevolissima sorpresa: merita tutto per quello che sta facendo. Ci divertiremo perché sono due squadre frizzanti che cercano sempre di attaccare e vincere, senza troppi tatticismi».
Con tutte queste bollicine, però, l’Inter sta concedendo un po’ troppi gol…
«È vero che sta soffrendo un po’ dietro, ma è solo questione di concentrazione individuale e del processo di crescita, ma Chivu vuole giustamente conservare la sua identità: non la baratta e questo è apprezzabile. In partite come questa, poi, l’attenzione si alza immediatamente».
Per lei, oggi, la Roma è la principale rivale dell’Inter?
«Ogni settimana cambiano le cose. Un mese e mezzo fa tutti avrebbero indicato Napoli e Juventus come antagoniste dell’Inter. Io ho sempre detto che la Roma poteva essere una sorpresa: lo sostenevo l’anno scorso in chiave Champions e lo ribadisco quest’anno per lo scudetto. L’Inter, numericamente e per i cambi che ha, è ancora più avanti, ma Gasp può darle molto fastidio. Bisognerà capire come la Roma reagirà quando dovrà gestire insieme campionato e Champions, questo passaggio sarà decisivo».
Di Biagio: “Inter obbligata allo scudetto, la Roma..”

Quanto Gasperini ha trasformato la Roma a sua immagine e somiglianza?
«La Roma ha comprato giocatori funzionali alle sue richieste e direi che non ne ha sbagliato mezzo. Quanto sia stato fondamentale Malen è quasi scontato dirlo, ma è cambiata tutta la Roma. È cambiato proprio il motore. Prendete Dybala, che gioca con una continuità che in passato non aveva. È anche merito del metodo Gasperini: sono convinto che più ti alleni forte e più stai bene. Oggi i giocatori della Roma hanno un altro ritmo e un’altra mentalità: vanno all’attacco e cercano sempre di vincere».
Quanto è cambiata, invece, da un anno all’altro l’Inter con Chivu?
«Direi che Chivu aveva fatto molto bene già l’anno scorso… E poi l’intelligenza dell’uomo dell’allenatore la vedi a un chilometro di distanza. Adesso va ad aggredire ancora più alto e cerca di chiudere subito, così può capitare di concedere qualcosa, com’è successo contro l’Udinese. L’Inter deve arrivare gradualmente a regime e a marzo può ritrovarsi enorme: questa squadra deve portare a casa qualcosa di importante tra scudetto e Champions. Diciamo così, l’Inter ha l’obbligo di vincere, la Roma la speranza di riuscirci. E so che in città l’entusiasmo è incredibile».
Questo entusiasmo può essere un’arma a doppio taglio?
«No, a un taglio solo… È soltanto qualcosa di positivo. Mi tengo tutta la vita l’entusiasmo: da allenatore o giocatore lo vorrei sempre perché ti fa volare».
Dei tanti Roma-Inter giocati, quale le è rimasto nel cuore?
«Andai via dalla Roma e la prima trasferta con l’Inter nel settembre 1999 fu proprio all’Olimpico. È stata la partita più difficile della mia vita: tornare subito a giocare in casa della tua squadra era duro. Il clima era pesante, la gente c’era rimasta male per il trasferimento. Con il tempo, però, il rapporto con i tifosi della Roma è diventato eccezionale e lo stesso con gli interisti».
A centrocampo la Roma ha tenuto Koné per volontà di Gasperini. L’Inter arriva senza Calha e con Zielinski regista. Chi ha il reparto migliore?
«Citerei anche Curtis Jones: mi piace e sa fare tutto. Ormai, soprattutto a centrocampo, i ruoli sono quasi spariti. Lo stesso Zielinski non nasce play, ma può farlo benissimo. Cambi di posizione e rotazioni creano un calcio che non concede riferimenti, soprattutto all’Inter. La Roma con Cristante ha trovato un mediano che accompagna la costruzione; lui e Koné vanno spesso verso la linea dei difensori e permettono agli esterni di alzarsi. È lo svuotamento del centrocampo tipico di Gasp, una bellezza da studiare. Sono due grandi reparti, l’Inter forse ha più alternative, ma pure la Roma trova risposte con Pisilli dalla panchina».
Arriviamo alla porta. Martinez viene da alcuni errori, mentre Svilar è una sicurezza.
«Martinez avrà commesso errori evidenti, ma se credi in un giocatore, in un momento così, lo difendi e lo rafforzi come fa Chivu. Se Svilar è una certezza della Roma, anche Martinez è un portiere interessante e moderno. Con i piedi a Madrid forse ha rischiato troppo, ma non vedo nulla di drammatico. Conta solo la fiducia di tecnico e compagni».
Per chiudere: Malen o Lautaro, chi è più decisivo?
«Malen fa quasi reparto da solo, è lui solo e tutti gli altri si muovono attorno a lui: Dybala, Soulé, gli esterni, i centrocampisti. Attacca la profondità e negli ultimi trenta metri diventa incredibilmente decisivo. Lautaro, soprattutto con Thuram, ha un mestiere diverso: gira di più, viene incontro, gioca anche lontano dalla porta e poi si butta dentro. Sono decisivi entrambi, qui il livello è altissimo».
Per chiudere, come va la vita araba?
«Benissimo, è un’esperienza incredibile, potrei scriverci un libro. Abbiamo vinto la Gulf Cup e rinnovato per altri due anni. Nel 2025 ho passato qui 250 giorni, ormai sono più straniero che italiano… Adesso siamo agli Asian Games con ragazzi dal 2005 al 2008 e a dicembre avremo l’Asian Cup, dove ci giochiamo la qualificazione olimpica. Qui ho imparato tantissimo: nuova cultura, religione, modo di vivere e anche calcisticamente mi si è aperto un mondo. Al momento, non penso di tornare: mi sono accorto di quanto sia bello vedere il mondo».
