CAPELLO – Intervistato da “Il Corriere della Sera”, Fabio Capello, allenatore del terzo scudetto della Roma, torna a parlare della vittoria del 2001 sulla panchina giallorossa.
Il suo vero miracolo è lo scudetto con la Roma del 2001.
«Il presidente ha creduto in me. Ci serviva un centravanti e abbiamo chiamato Batistuta, anche se sapevamo che aveva problemi alle ginocchia. Abbiamo costruito una grande squadra. Io non ho mai avuto un procuratore, non volevo dare una percentuale del mio guadagno a qualcuno. Lo dissi anche a Totti, credo che ci abbia ragionato su».
Lei non andò alla festa scudetto.
«Una brutta cosa, mi è rimasta dentro. Avevamo rischiato di perdere lo scudetto durante l’ultima partita di campionato contro il Parma, per colpa dei tifosi che avevano invaso il campo; mi sono arrabbiato come mai in vita mia. Alla fine chiesi: “Dove festeggiamo?” Mi dissero: “Da nessuna parte. Festeggiamo giovedì, perché ci sono i politici”. I politici? Avevo già prenotato l’aereo per il Perù. Partii per il Perù».
Capello era considerato un duro, un sergente di ferro.
«Non direi. Per me la questione era il rispetto. I ritardi, la maleducazione non erano ammessi. Se questo vuol dire essere un sergente di ferro, allora sì, lo ero. Alla Roma cominciai a raccogliere le bottigliette d’acqua che i calciatori gettavano via; se ne accorsero, e non lo fecero più».
