18 Settembre 2026
Roma
Hanno detto

Cristante: “Roma chiede ma sa dare tanto. Segreto? Essere un lavoratore”

BRYAN CRISTANTE SORRIDENTE ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

CRISTANTE – Bryan Cristante si è raccontato in una lunga intervista concessa a Sportweek, ripercorrendo il suo percorso con la maglia della Roma. Il centrocampista giallorosso ha parlato dei momenti più significativi vissuti nella Capitale, del legame con la città e con i tifosi, del ruolo di capitano e delle differenze tra José Mourinho e Gian Piero Gasperini, soffermandosi anche sulle caratteristiche che gli hanno permesso di diventare un punto di riferimento per tutti gli allenatori avuti in carriera.

Su quale delle trecentosessanta quattro presenze metterebbe sul podio: “Oddio, le tre che vanno sul podio… Le due finali di Coppa sicuramente, la prima di Conference che abbiamo vinto sul Feyenoord ma anche l’altra, dell’Europa League, persa ai rigori contro il Siviglia. Poi, senza andare troppo indietro nel tempo, ti dico l’ultima giornata di questo campionato a Verona in cui ci siamo garantiti il ritorno in Champions, una manifestazione che mancava a tutti – società, giocatori e tifosi – da troppo tempo”

Se otto anni a Roma hanno lo stesso peso in altre città: “Ma no… Roma è una città di cui ti innamori subito, già al primo giorno. Arrivi e, dove ti giri ti giri, rimani folgorato dalla sua bellezza. Lo stadio, poi, ti dà qualcosa in più: la carica dei tifosi romanisti non la scopro io, l’inno sulle note della canzone di Venditti è da pelle d’oca. Di sicuro, questa è una città che richiede tanto e che non è sempre facile. Tutto quello che ti dà – calore, entusiasmo e passione – quando le cose vanno bene si trasforma in pressione, in un’urgenza che diventa stress e non è semplice da gestire se non arrivano i risultati. È il rovescio della medaglia”

Su cosa significa essere capitano di questa squadra: “Sembrerà scontato, ma è davvero un onore essere il capitano di una squadra che porta il nome di una città enorme, in tutti i sensi, come questa. Ho l’orgoglio, insieme a Pellegrini o a Mancini, di trasmettere ai più giovani il senso di appartenenza a questo club così visceralmente legato alla gente che lo sostiene”

Sulle differenze tra Mourinho e Gasperini: “Non solo a me, ma a tutta la squadra, Mourinho ha dato concretezza. Ci ha trasmesso il suo carisma, inculcandoci il concetto di vittoria; il bisogno, direi, di vincere. Con lui abbiamo fatto due grandi stagioni, vincendo una Coppa e perdendone un’altra ai rigori. Mister Gasperini è forte, c’è poco da fare. Io che avevo già avuto la fortuna di averlo all’Atalanta, sapevo che bisogna solo andargli dietro perché è uno che ha fatto benissimo ovunque, e lo ha dimostrato pure al primo anno in una piazza esigente come questa”

Con Gasp ci si divere di più: “Sono due modi di fare calcio, ma noi ci siamo divertiti anche con Mourinho, perché quando vinci ogni tipo di calcio diventa bello. Certo, con Gasperini giochi un calcio offensivo, moderno, corri, attacchi, fai tanti gol, aggredisci e recuperi tanti palloni. È faticoso ma divertente”

Su cosa lo rende indispensabile per ogni allenatore: “Io sono un lavoratore. Mi piace andare in campo, lavorare tutti i giorni, ed essere sempre sul pezzo, fare quello che mi chiede l’allenatore. Fin da ragazzo ho sempre dato tutto”

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Giornalista pubblicista dal 2025. Racconto il calcio in tutte le sue sfumature, con passione e rispetto per uno sport che considero un onore e un privilegio poter narrare ogni giorno

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